Home / Eventi / L’opera delle religiose in città

 

Oggi un convegno imperniato su tre donne di chiesa che hanno contribuito allo sviluppo sociale. Qual è stato il contributo degli ordini religiosi femminili in città? Quali cambiamenti hanno impresso nel tessuto sociale aquilano, quali influenze hanno prodotto, in particolar modo sul modello dell’istruzione femminile? Sono queste alcune delle tematiche, al centro del quinto appuntamento di “Prospettive rosee”, il progetto del Comune dell’Aquila sulle donne che hanno lasciato un segno in città. Appuntamento che si terrà oggi alle 17.30 al palazzetto dei Nobili dal titolo “Le religiose e la città: una storia che continua”. Il dibattito partirà da un excursus storico sul ruolo che i monasteri femminili ricoprivano in città nel Cinquecento e nel Seicento e sulla relazione con la società e con le famiglie di provenienza. Si approda poi all’Ottocento, per parlare dell’esempio di tre donne, Barbara Micarelli, Maria Nicola Santa De Sanctis, Maria Ferrari, che hanno dato allo sviluppo sociale dell’epoca un significativo contributo, che perdura ancora oggi attraverso l’opera delle rispettive figlie. «Un appuntamento inedito», fanno sapere gli organizzatori, «in cui si indagherà anche sulla figura della donna negli apparati ecclesiastici e sul protagonismo che le donne hanno svolto in ambito religioso. All’evento interverranno  l’assessore alla Cultura, Elisabetta Leone, la professoressa Silvia Mantini, docente associato di Storia moderna all’Università dell’Aquila, la docente Carla Gonnelli, vice presidente dell’associazione laica “Con Barbara Micarelli braccia aperte al bene”, la professoressa Mercedes Calvisi, referente per l’Istituto Missionarie Dottrina Cristiana, e la dottoressa Paola Poli, per l’Istituto Suore zelatrici Sacro Cuore di Gesù “Ferrari”. E’ di seguito riportato il testo dell’intervento della professoressa Mercedes Calvisi alla quale ogni suora MDC esprime sincera stima e profonda gratitudine.

 “ANDANDO ANNUNCIATE”

Mercedes_CalvisiHo risposto volentieri all’invito di partecipare a questo incontro, e sono lieta di testimoniare l’operato delle Suore della Dottrina Cristiana nel nostro territorio e non solo. La mia famiglia è stata loro dirimpettaia, Fuori Porta Leoni, fin dai primi anni ’60. Allora, dopo le nostre abitazioni non c’era nulla e d‘inverno si poteva sciare fino a via Strinella. Ho così avuto modo di osservare con attenzione ed interesse il loro agire. Le suore, però, le conoscevo già da prima: Madre M. Nazarena, la Superiora Generale emerita, aveva curato la mia preparazione alla Prima Comunione. Dopo i miei due figli hanno avuto come insegnanti all’asilo e alle elementari le suore della Dottrina Cristiana e da loro hanno anche ricevuto gli insegnamenti del catechismo, e tutto questo a testimoniare la mia condivisione del loro progetto formativo. Farò un breve accenno alla storia della fondazione dell’Ordine, e poi alle realizzazioni più attuali.  Madre Maria Francesca, al secolo Maria Nicola Santa De Sanctis, nasce a Castiglione a Casauria, nel luglio del 1836, decima figlia di un commerciante morto a 52 anni quando lei ne aveva solo dieci. Subito dopo la scomparsa del padre, la famiglia incontrò notevoli difficoltà economiche che la ridussero quasi in miseria. All’età di 25 anni, nel 1862, Maria Nicola scelse di entrare nel Monastero femminile di Santa Caterina Martire dell’Aquila, appartenente alla comunità delle Celestine, ramo femminile della congregazione benedettina istituita da Papa Celestino V nel XIII secolo. Nella seconda metà dell’800 all’Aquila c’erano fortissime tensioni dovute all’esasperato anticlericalismo di stampo francese: molti monasteri erano stati requisiti e trasformati in caserme od edifici civili. La stessa sorte toccò al monastero benedettino dove M. Nicola aveva deciso di ritirarsi. Fu allora che tre giovani donne Maria Nicola De Sanctis, Barbara Micarelli e Maria Ferrari decisero di dedicarsi alla città con opere che al contempo risollevassero le sorti della chiesa locale. Mi soffermo in particolare su Maria Nicola De Sanctis che trovò in città, negli ambienti più segnati dalla povertà e dall’ignoranza, il terreno adatto a realizzare i suoi disegni ed il suo carisma: diffondere il messaggio evangelico e metterlo in pratica con opere di misericordia. Ciò fu possibile grazie anche alla condivisione e alla protezione dei vescovi Mons. Luigi Filippi e Antonino Vicentini.  Il nucleo di partenza di questa grande famiglia, chiamata in seguito MDC (Missionarie della Dottrina Cristiana), fu, inizialmente, un gruppetto costituito da giovani donne, sorelle di sangue e di ideali, prima fra tutte Maria Nicola, sostenuta dalla sorella Albina già abilitata all’insegnamento per le scuole elementari e che era stata maestra nel comune di Castiglione a Casauria. Le due sorelle furono incoraggiate e sostenute sempre dalla loro mamma. Mi sembra interessante mettere in evidenza che nonostante la Chiesa controriformista avesse incoraggiato le arti figurative invece che la lettura e la scrittura, le prime fondatrici dell’Ordine abbiano avuto l’intuizione profonda che per annunciare il Vangelo fosse necessario insegnare a tutti, uomini e donne, anche a leggere e scrivere.  E così l’alfabetizzazione nel campo della dottrina cristiana e della lingua italiana procedettero di pari passo, nella zona tra via Roma e Piazza S. Pietro dove era la prima abitazione, una casa di proprietà Bernasconi, in Via Dell’Addolorata. La fondazione ufficiale della congregazione avvenne al termine di esercizi spirituali, il 2 ottobre 1890, nella cappella in via dell’Addolorata. Maria Nicola Santa De Sanctis prese il nome di Suor Maria Francesca e divenne la prima madre superiora all’età di 54 anni. L’8 dicembre 1890 l’Arcivescovo Vicentini approvò con la sua firma ed il sigillo della diocesi i 40 articoli di cui si compone la prima regola dell’Istituto elaborata da lui stesso e dalla fondatrice. L’istituto fu affidato alla protezione di S. Francesco d’Assisi e di Sant’Alfonso Maria de Liguori. Madre Maria Francesca morì nel 1916 lasciando alle consorelle una fertile eredità morale: insegnare la dottrina cristiana ad ogni ceto sociale, specialmente ai più poveri, preparare i fanciulli alla prima comunione, assistere gl’infermi, erano i principi fondamentali della regola. Nel corso degli anni sorsero molte case. Erano conventi per le sorelle consacrate, scuole materne ed elementari, scuole pomeridiane, convitti ed educandati per ragazze. Negli anni ’60 e ’70, esse dettero a tante ragazze la possibilità di frequentare le scuole superiori e l’università a L’Aquila. In questa occasione mi pare importante sottolineare che l’istruzione significava per tutti, allora come oggi, la possibilità di un lavoro che desse indipendenza economica e dignità, e affrancasse le donne dalla dipendenza dall’uomo per le necessità del vivere quotidiano. Questa aspirazione all’autonomia ed all’autosufficienza è stata la radice da cui sono nate tante altre realtà fuori dell’Aquila, a Sulmona, Roma, Foligno, Padova, ed anche all’estero. In Bolivia, sede della loro prima missione, le MDC sono presenti a Santa Cruz de la Sierra, ad Hardeman ed a Cochabamba con scuole ed educandati. Anche in Congo prosegue questo genere di attività. In tutte queste istituzioni, l’alfabetizzazione si accompagna alla pratica del cucito e alle tradizionali attività femminili. Le ragazze, svolgendo questi lavori possono acquisire l’indipendenza economica capace di tenerle lontano dalla strada, dalla prostituzione e dalle malattie. Una delle suore che operano in Bolivia, Suor Alessandra Carosone, nata a Monticchio, è riuscita a creare corsi scolastici di tutti i livelli, anche universitari, all’interno del villaggio carcere della Palmasola, una realtà di vita quotidiana inimmaginabile da persone di cultura europea. I prigionieri vivono ammassati in baracche prive di tutto, e devono provvedere in proprio alla sopravvivenza. L’esercizio delle attività manuali per uomini e donne, come il cucito, il ricamo, la lavorazione del cuoio etc. consentono di guadagnare il necessario per sopravvivere dignitosamente anche in quel tremendo villaggio carcere. Nel nostro territorio, attraverso l’ascolto e l’osservazione della realtà, fatto in particolare nelle parrocchie, sono riuscite a cogliere i vari bisogni ed hanno creato così nidi, asili, scuole e doposcuola, colmando le carenze e le disattenzioni dei servizi pubblici statali. Va sottolineato che la loro disponibilità a favore della famiglie con problemi di orario le ha portate a riprendere i bambini all’uscita delle altre scuole pubbliche, a offrire loro un pasto caldo, iniziare le loro attività prestissimo e a tenere i bambini anche oltre le 4 del pomeriggio.  Hanno anche realizzato colonie estive dando la possibilità a migliaia di bambini dell’entroterra di andare al mare, e al contempo a tante ragazze assistenti la possibilità di esercitare la funzione educativa. Mi piace sottolineare che dopo il terremoto, quando in città nulla era come prima, le suore catechiste, come gli insegnanti statali di ogni ordine e grado, sono state un importante elemento di continuità e normalità del quotidiano. Gli edifici scolastici delocalizzati in aree prima sconosciute, così come quelli dove veniva insegnato il catechismo, tende e prefabbricati, più o meno vicini alle chiese, sono stati per i ragazzi i primi luoghi di aggregazione nella città disastrata. Inoltre ho ancora davanti agli occhi il loro garage che, nei giorni immediatamente successivi al terremoto è stato rifugio, cibo, riposo e bagno per tutti indistintamente, gente che vagava per le strade del quartiere senza casa. Dalla lunga storia della congregazione, a testimonianza del loro radicamento e condivisione della vita cittadina, ricordo un capitolo in particolare, svoltosi durante la II guerra mondiale.  Cito uno scritto del Professor Walter Cavalieri (“L’Aquila in guerra”, ediz. GTE 1997) che descriveva la situazione dell’Aquila durante la II guerra mondiale. Il professore ricorda che il Cardinale Confalonieri “Accolse ebrei e prigionieri in fuga, aprendo loro le porte di conventi francescani e delle comunità monastiche, in particolare quelli delle suore di clausura, che ospitarono complessivamente 200 donne e uomini provenienti da Roma e da altre comunità italiane… La chiesa aquilana si adoperò per alleviare a tanti uomini la durezza della prigionia. Giorgio Vespasiani, un detenuto nel terribile carcere di Collemaggio, ricorda che per due o tre volte vennero a farci visita le dolcissime suore della Dottrina Cristiana di un convento dell’Aquila. Fu loro vietato avvicinarci, ma riuscirono comunque a farci pervenire coperte per proteggerci dal freddo della notte”. Una di queste, Suor Adriana, ultranovantenne, è tuttora vivente. Oggi anche se non possono ancora tornare nella loro casa madre di Fuori Porta Leoni, la loro porta è sempre aperta. L’abito non è mai stato una barriera fra il convento e il mondo esterno, non si scandalizzano e accettano il mutare dei tempi. Presenti in ogni circostanza lieta o dolorosa del quartiere e della città, hanno sempre regalato parole di conforto e di speranza. Il loro motto è “andando annunciate”. E così: camminando, incontrando, parlando, ascoltando insegnano.

Mercedes Calvisi

 


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