Page 6 - MDC Informa n.43
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sacrate, scuole materne ed elementari, scuole pomeridiane, convitti ed educandati per ragazze.
             Negli anni ‘60 e ‘70, esse dettero a tante ragazze la possibilità di frequentare le scuole superiori e
             l‘università a L‘Aquila. In questa occasione mi pare importante sottolineare che l‘istruzione signifi-
             cava per tutti, allora come oggi, la possibilità di un lavoro che desse indipendenza economica e
             dignità, e affrancasse le donne dalla dipendenza dall‘uomo per le necessità del vivere quotidiano.
             Questa aspirazione all‘autonomia ed all‘autosufficienza è stata la radice da cui sono nate tante
             altre realtà fuori dell‘Aquila, a Sulmona, Roma, Foligno, Padova, ed anche all‘estero. In Bolivia,
             sede della loro prima missione, le MDC sono presenti a Santa Cruz de la Sierra, ad Hardeman ed
             a Cochabamba con scuole ed educandati. Anche in Congo prosegue questo genere di attività. In
             tutte queste istituzioni, l‘alfabetizzazione si accompagna alla pratica del cucito e alle tradizionali
             attività femminili. Le ragazze, svolgendo questi lavori possono acquisire l‘indipendenza economica
             capace di tenerle lontano dalla strada, dalla prostituzione e dalle malattie. Una delle suore che
             operano in Bolivia, Suor Alessandra Carosone, nata a Monticchio, è riuscita a creare corsi scolasti-
             ci di tutti i livelli, anche universitari, all‘interno del villaggio carcere della Palmasola, una realtà di
             vita quotidiana inimmaginabile da persone di cultura europea. I prigionieri vivono ammassati in
             baracche prive di tutto, e devono provvedere in proprio alla sopravvivenza. L‘esercizio delle attivi-
             tà manuali per uomini e donne, come il cucito, il ricamo, la lavorazione del cuoio etc. consentono
             di  guadagnare  il  necessario  per  sopravvivere  dignitosamente  anche  in  quel  tremendo  villaggio
             carcere. Nel nostro territorio, attraverso l‘ascolto e l‘osservazione della realtà, fatto in particolare
             nelle parrocchie, sono riuscite a cogliere i vari bisogni ed hanno creato così nidi, asili, scuole e
             doposcuola, colmando le carenze e le disattenzioni dei servizi pubblici statali. Va sottolineato che
             la loro disponibilità a favore della famiglie con problemi di orario le ha portate a riprendere i bam-
             bini all‘uscita delle altre scuole pubbliche, a offrire loro un pasto caldo, iniziare le loro attività pre-
             stissimo e a tenere i bambini anche oltre le 4 del pomeriggio.  Hanno anche realizzato colonie
             estive dando la possibilità a migliaia di bambini dell‘entroterra di andare al mare, e al contempo a
             tante ragazze assistenti la possibilità di esercitare la funzione educativa. Mi piace sottolineare che
             dopo il terremoto, quando in città nulla era come prima, le suore catechiste, come gli insegnanti
             statali di ogni ordine e grado, sono state un importante elemento di continuità e normalità del
             quotidiano. Gli edifici scolastici delocalizzati in aree prima sconosciute, così come quelli dove veni-
             va insegnato il catechismo, tende e prefabbricati, più o meno vicini alle chiese, sono stati per i
             ragazzi i primi luoghi di aggregazione nella città disastrata. Inoltre ho ancora davanti agli occhi il
             loro garage che, nei giorni immediatamente successivi al terremoto è stato rifugio, cibo, riposo e
             bagno per tutti indistintamente, gente che vagava per le strade del quartiere senza casa. Dalla
             lunga storia della congregazione, a testimonianza del loro radicamento e condivisione della vita
             cittadina, ricordo un capitolo in particolare, svoltosi durante la II guerra mondiale.  Cito uno scrit-
             to del Professor Walter Cavalieri (―L‘Aquila in guerra‖, ediz. GTE 1997) che descriveva la situazio-
             ne  dell‘Aquila  durante  la  II  guerra  mondiale.  Il professore  ricorda  che  il  Cardinale  Confalonieri
             ―Accolse ebrei e prigionieri in fuga, aprendo loro le porte di conventi francescani e delle comunità
             monastiche, in particolare quelli delle suore di clausura, che ospitarono complessivamente 200
             donne e uomini provenienti da Roma e da altre comunità italiane… La chiesa aquilana si adoperò
             per alleviare a tanti uomini la durezza della prigionia. Giorgio Vespasiani, un detenuto nel terribile
             carcere di Collemaggio, ricorda che per due o tre volte vennero a farci visita le dolcissime suore
             della Dottrina Cristiana di un convento dell‘Aquila. Fu loro vietato avvicinarci, ma riuscirono co-
             munque a farci pervenire coperte per proteggerci dal freddo della notte‖. Una di queste, Suor
             Adriana, ultranovantenne, è tuttora vivente. Oggi anche se non possono ancora tornare nella loro
             casa madre di Fuori Porta Leoni, la loro porta è sempre aperta. L‘abito non è mai stato una bar-
             riera fra il convento e il mondo esterno, non si scandalizzano e accettano il mutare dei tempi.
             Presenti in ogni circostanza lieta o dolorosa del quartiere e della città, hanno sempre regalato pa-
             role di conforto e di speranza. Il loro motto è ―andando annunciate‖. E così:








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